Deficit sopra il 3%: che fine faranno i 5 miliardi chiesti da Schillaci al Tesoro?
La lista dei desiderata del ministro della Salute per la legge di Bilancio era sul tavolo del collega Giorgetti. Ma i numeri Istat che ci inchiodano dentro la procedura d'infrazione Ue costringeranno il governo a rifare i conti. Gli economisti Cicchetti e Resce a Nursind Sanità: "Personale e stipendi restano la priorità"
Le speranze si infrangono contro il muro dei numeri. Il tanto atteso responso Istat di oggi spegne gli ardori del governo e mantiene l’Italia sopra la soglia del 3% sul deficit-Pil, sbarrandoci la porta d’uscita dalla procedura d’infrazione Ue per disavanzo eccessivo. È questione di un paio di miliardi, ma il 3,1% del 2025, che peraltro vede addirittura, in valori assoluti, una crescita del deficit di 355 milioni rispetto alle previsioni di aprile, accorcia il fiato della prossima legge di Bilancio, decisiva anche in chiave elettorale. E prosciuga il bacino dei desiderata che i vari ministeri avevano già lasciato sulla scrivania del titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
Si ridimensioneranno ancor più del previsto pure i 5 miliardi di euro chiesti dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, al collega della Lega. Prima della doccia gelata di oggi, Giorgetti gliene avrebbe forse concessi due o tre, anche per tenere il rapporto tra spesa sanitaria e Pil intorno al 6,3-6,4% ed evitare così gli strali delle opposizioni in campagna elettorale. Adesso, però, i conti saranno sicuramente tutti da rifare e per il Fondo sanitario nazionale rischiano di rimanere solo briciole, divorate peraltro dall’inflazione galoppante.
Giuliano Resce, professore associato di Economia politica presso l’Università del Molise, dove ricopre anche il ruolo di coordinatore del corso di Laurea magistrale in Public and Health Economics, spiega a Nursind Sanità: “La nostra spesa pubblica sanitaria è in ritardo di quasi 2 punti rispetto alla media Ue, seppure il confronto si faccia con sistemi diversi, e di un punto sulla media Ocse, che pure comprende Paesi senza sanità pubblica come gli Usa. Dunque questi 5 miliardi, di cui uno già previsto a regime, comunque non ci avrebbero consentito di colmare il gap, ma ci permettevano di non allontanarci dal target, soprattutto considerando l’alta inflazione”.
L’inquilino di Lungotevere Ripa ha la priorità assoluta di mettere a terra un piano di reclutamento del personale, soprattutto in ottica Case e Ospedali di comunità. Mancano principalmente gli infermieri di famiglia e comunità (Ifec), almeno 7mila sui 20mila che dovrebbero animare le nuove strutture. Ma servono anche 2-3mila medici. Poi ci sono gli ospedali con le carenze ormai croniche, in primis nell’emergenza-urgenza. Inoltre, il ministro vorrebbe continuare a utilizzare la leva stipendiale delle indennità per rendere più attrattive le professioni sanitarie, con particolare riguardo per alcune specialità. Ma adesso la strada è tutta in salita.
Americo Cicchetti, professore ordinario di Organizzazione aziendale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore di Altems, Alta scuola di Economia e management dei sistemi sanitari, conferma a Nursind Sanità: "Credo che l’attenzione si concentrerà in particolare sul personale e poi ci saranno gli aggiornamenti contrattuali che assorbiranno una parte importante delle risorse. Si tratta di cose indispensabili e del tutto previste".
Anche Resce è sulla stessa linea: "Sicuramente la priorità, anche rispetto agli impegni Pnrr, è defiscalizzare e aumentare le buste paga per convincere medici e infermieri ad andare nelle Case e negli Ospedali di comunità. La questione stipendiale è centrale per Schillaci”. Quindi l'esperto di UniMol evidenzia: “Tuttavia il governo per ora pensa a misure fiscali dal sapore più squisitamente elettorale, anche perché quando si parla di Fondo sanitario si apre la dialettica tra ministero e Regioni, dato che poi sono i governatori a gestire le risorse e l'esecutivo non può intestarsi in toto il merito dei provvedimenti”.
Schillaci avrebbe voluto almeno un miliardo di euro su questo capitolo e un altro sull’aggiornamento dei Lea e delle tariffe ospedaliere per visite ed esami. Ma Cicchetti chiosa: "Ho impressione che nemmeno ci siano istruttorie già perfezionate per quella cifra, sulla base delle richieste giunte e analizzate dalla Commissione nazionale aggiornamento Lea. L’anno scorso sono state messe poche risorse su questo capitolo, è vero, ma ancora manca un dpcm per poterle utilizzare”.
Poi ci sarebbe il nodo prevenzione, da potenziare con almeno mezzo miliardo di euro, rafforzando soprattutto le vaccinazioni e gli screening oncologici. L'economista della Cattolica spiega: "Su questo si è sempre concentrata l'attenzione del ministro, che ha dichiarato di voler puntare sulla clausola del Piano strutturale di bilancio di medio termine, che dovrebbe garantire una qualche flessibilità per gli investimenti in area preventiva".
Nella lista delle richieste comparirebbero pure non meno di 400 milioni sull’anno prossimo per la salute mentale, l’autismo, i disturbi alimentari, il fine vita e la non autosufficienza, compreso il Piano nazionale demenze 2027-2031 appena presentato da Schillaci e che prevedrebbe 500 milioni di dotazione nel prossimo triennio. In più, a Giorgetti sarebbero stati chiesti almeno 100 milioni per far partire i grandi ospedali di terzo livello, sui quali anche il Parlamento sta lavorando con una legge delega. Senza dimenticare, infine, la necessità di aggiornare la spesa farmaceutica e di puntellare i parziali progressi fatti sulle liste d’attesa.
Cicchetti conclude: "Mi aspetto più che altro qualcosa sul tema non risolto dell’aggiornamento delle tariffe Drg, da cui dipendono anche i contratti del personale nel privato convenzionato. Serve però che si crei maggiore spazio per lo stesso privato accreditato, altrimenti l’incremento delle tariffe significherebbe soltanto che pago di più le singole prestazioni, ma queste ultime diminuiscono, con ripercussioni negative anche sulle liste d’attesa”.
Resce dal canto suo è membro del gruppo di sette esperti chiamato dalla Conferenza delle regioni a rivedere i criteri di riparto del Fsn: “Come vanno suddivisi tra i territori questi 143 miliardi? Si sta ragionando sulla revisione dei criteri, al di là di quelli premiali, che oggi si basano fondamentalmente sul numero e sull’età media degli abitanti di ogni regione, con correttivi introdotti di recente che riguardano la mortalità under 75 e la deprivazione economica. Il dibattito scientifico e politico è aperto”.
Adesso, comunque, i cordoni della borsa inevitabilmente si stringeranno e bisognerà scegliere su quali obiettivi puntare. Tenendo a mente che la sanità è una delle priorità assolute degli italiani in tutte le rilevazioni demoscopiche e diventerà sicuramente materia incandescente durante la campagna elettorale.
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